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Chiese di Sorrento

La Chiesa di Sant'Antonino

Sorrento, Chiesa di S. Antonino

LLa chiesa di sant’Antonino, patrono di Sorrento, offre il meglio di sé – va detto subito – nelle sue parti periferiche. L’edificio, infatti, non presenta particolari qualità architettoniche, né le numerose decorazioni che alla struttura sono state aggiunte, riescono a sollevarla da un certo grigiore. Fu fondata intorno all’Undecimo secolo, ma oggi mostra il solito volto settecentesco di tante chiese nostrane. Tuttavia, della sua prima veste ecco ancora oggi il portale d’accesso con colonne romane capitelli e architrave, che hanno tutta l’aria di provenire da un tempio romano; così pure rimontano alle origini le colonne (anch’esse di spoglio, forse dalle ville romane della zona) che dividono la navata centrale (piccola) dalle navatelle (modeste). Lo sforzo decorativo si esprime nel soffitto a cassettoni con tanta doratura e con sfoggio di dipinti anche di grandi dimensioni; nella vita e miracoli del santo mitizzati sulle pareti della navata centrale; negli altarini marmorei delle navate laterali; nell’altar maggiore in commesso di marmo che purtroppo copre alla vista il piccolo coro intarsiato; nel monumentale e invadente podio con la statua del Santo, costretto nella piccola abside, che rende faticosa la lettura dei due dipinti di Giacomo del Po, nella parte inferiore.

Due reliquiari, ai lati dell’altar maggiore, conferiscono all’insieme una vaga aria, un po’ gelida, da museo anatomico.

Ma veniamo ai pregi, come è giusto: sul fianco esterno destro dell’edificio si apre il portale laterale (XI secolo). Anche qui ci si è accontentati di materiale riciclato (si sa: erano i tempi), ma l’esito è di grande armonia ed eleganza.

All’interno le tele di Giacomo del Po, sempre un tantino flou, valgono da sole la visita, sia quelle di cui si è già detto, nell’abside, che quelle altre alle due estremità del transetto, con tanto di firma e data (queste ultime): 1685. In una è rappresentata Sorrento liberata dalla peste, nell’altra l’assedio di Sorrento. Inutile dire che in entrambi i casi risolutivo fu l’intervento del Patrono.

Tra navata e presbiterio, un elegante pulpito, intagliato e intarsiato.
In sagrestia il Presepe, con “pastori” realizzati dai grandi nomi (nel campo) del Settecento: Sammartino, Celebrano, Gori e così via. Nella scena, echi del paesaggio, anche architettonico, della Sorrento di allora; e i personaggi sono quelli della sceneggiata presepiale napoletana: l’oste, i rubizzi avventori della taverna, la venditrice di torrone “bellezza verace”, con tutto il loro corredo di formaggi, frutta, pollame, serti d’aglio, ortaggi, pesci, dolci. Ma sono ovviamente presenti anche i protagonisti, diciamo così, ufficiali della Natività: i Magi, sontuosi ed esotici; gli angeli gli angioletti gli angiolotti; la Famiglia come sempre in abbigliamento – benché comunque fastoso - non compromettente: né popolare né aristocratico. Anche molto metastorico. Tutto finemente realizzato: persino i materiali (pizzi e merletti e tessuti) sono di gran pregio.

E adesso il clou: ai piedi del presbiterio due rampe di scale dalle balaustre marmoree snocciolano gradini verso la fascinosa cripta, a pianta centrale, con otto colonne (di spoglio, neanche a dirsi) da cui prendono il breve balzo gli archi delle volte a crociera, con un gioco di spazi molteplici, levitanti negli stucchi e nelle dorature rococò e nel colore azzurro polvere. Al centro, un recinto marmoreo abbraccia l’altare del Santo. Tutt’intorno, nei sei ovali belli di Carlo Amalfi, i santi venerati a Sorrento (Renato, Valerio, Gennaro eccetera). Facile individuarli per via del nome scritto nella parte alta del cartiglio di stucco che li avvolge, grazie a Dio.

Bella anche la Madonna delle Grazie, del XIV secolo, affresco – alquanto rovinato -  staccato dalle antiche mura e ora su un altarolo rococò. Insolito il Crocifisso, conservato in un’elaborata cornice, ricoperto da una guaina d’argento lavorata ad intreccio (XVI secolo).

L’atmosfera è suggestiva, anche a causa dell’enorme quantità di ex-voto su tutte le pareti. Per lo più d’argento, sono soprattutto cuori (presumibilmente generica metafora della vita tout court), ma anche gambe, braccia, mani, occhi; teste di profilo o figure intere senza pretesa alcuna di somiglianza (ci si accontenta delle tipologie: uomo-donna, giovane-vecchio, bambino-bambina...). Persino una placchetta con due mammelle (e chissà quale disgrazia hanno schivato per intercessione del Santo!), due spalline militari (molto emblematiche), tronchi umani aperti come in una tavola anatomica con i visceri esposti al completo; una figura intera in argento con la foto accanto per evitare ambiguità, vista la gran folla in cui il Patrono deve districarsi. E ci si può divertire a cercare altre tipologie votive. Di solito gli ex voto sono  raggruppati in vetrine per generi: e allora, qui quasi soltanto gambe; lì quasi esclusivamente cuori. Comunque non si disdegnano le contaminazioni, probabilmente per motivi logistici.

Ma di grande effetto sono soprattutto gli ex-voto dipinti. Come ci si può aspettare, i miracoli qui presenti riguardano fatti di mare: sant’Antonino soccorre i velieri sballottati tra i marosi sotto cieli di grande tempesta. Spesso il Santo appare personalmente, in un angolo in alto del dipinto; ma talvolta agisce invisibile, mentre gli ingenui marinai si credono ancora derelitti e perduti in balìa delle onde. Il tema è unico; eppure sono tutti diversi quei cieli di tregenda: alcuni notturni e altri diurni, attraversati da lampi o ingombri di nubi, lividi o color cenere o rossastri; persino con sprazzi di sereno. E talvolta appare in lontananza la terraferma, ma per lo più si è in alto mare. Il grosso sono velieri, ma compaiono anche più moderni bastimenti, come quello indicato quale “S.S. Constitution” che traghettava da Napoli a New York Bianca e Greta Niskanen (madre e figlia? sorelle? chissà). Ed ecco persino l’evento strorico: Giovanni Mellini di Cangiano si salva con i figli nel famoso naufragio della nave “Sirio” (è il 1906). E poi c’è la foto colorata di una barca sormontata da cinque medaglioni fotografici: i fratelli Muollo, pescatori, e il loro compagno Salvatore Ruocco (e siamo al 1950!). Dati recenti, anche se il grosso risale al XIX secolo. Colpisce e commuove, in questo spazio intenso, la fede popolare che anima i tanti segni di devozione naïve.

Marina Limone



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