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Chiese di Sorrento

La Chiesa di Santa Maria delle Grazie

 

Chiesa di S.M. delle Grazie

 

T
anto e tanto tempo fa, visse a Sorrento una gentildonna, di nobili natali, a nome Bernardina Donnorso, vedova di tale Giovan Marino Anfora.

Questa dama pare venisse presa prigioniera e condotta a Costantinopoli – insieme al figlio Giovan Battista – dai Turchi. Correva l’anno del Signore 1558. Grande dovette essere l’assai facilmente immaginabile ambascia della nobildonna, così che ella fece ricorso alla Madonna delle Grazie cui promise, con voto solenne, di dedicarle un convento di clausura, se mai avesse rivisto la sua città natale. La fede della Donnorso sortì evidentemente l’effetto, ed anche a tambur battente visto che, con atto del notar Giovan Nicola De Nicola datato 29 dicembre 1566, fu data esecuzione alla volontà della Dama di fondare un monastero destinato ad accogliere “le figlie del popolo di Sorrento del suo Piano”. Questa inusitata clausola che escludeva fanciulle titolate, e in proporzione dotate – clausola almeno nelle intenzioni rigidamente vincolante – lascia trasparire spiriti democratici nella Donnorso; ma le solite malelingue ci vedono (se non solo, anche) la volontà di tenere alla larga le pretese di ingerenza dei nobili sorrentini, facenti capo ai Sedili di Porta e Dominova.

In effetti, ancora vivente la fondatrice, il convento prese ad accogliere giovinette nobili (e abbienti), e nemmeno sempre sorrentine. I beni che costoro portavano al Monastero, e una elargizione di quattrocento ducati che l’arcivescovo dell’epoca (fra Giulio Pavesio, bresciano e domenicano) destinò all’opera della Donnorso, fecero fiorire l’istituzione che la Bernardina – pur terziaria francescana – stabilì molto realisticamente che fosse retta dalla regola di san Domenico. Fu costruita la chiesa.

Lasciando perdere le pur fascinose vicende che coinvolsero il Monastero fino ad anni recenti, vale la pena di occuparsi di uno degli edifici religiosi più raffinati della penisola sorrentina.

Alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie si entra dalla via Santa Maria delle Grazie. Ci si immerge nella penombra di un cavalcavia, si salgono cinque scalini, si attraversa il cinquecentesco portale di grigio piperno dominato dallo stemma di marmo, ed eccoci sulla soglia dell’unica navata fiancheggiata da brevissime cappelle laterali, che non osano interrompere con la solita oscurità il tripudio policromo delle tarsie marmoree. In compenso, le timide cappellette,  sormontate ciascuna da un bianco arco, includono quattro altari sollevati su di un gradino, giusto per distinguerli dallo spazio della navata al quale appartengono comunque per via dei colori

Conclude il cammino l’altare maggiore, incluso nell’abside per mezzo di un arcone su pilastri inguainati in lesene preziose. Dietro l’altare, vivacizzato dai putti festanti della bottega di Matteo Bottiglieri, è una quinta scenica (anch’essa festante, si direbbe) che accoglie la tavola con la Madonna delle Grazie, del ben noto Silvestro Buono (1582). E lì, ai piedi della Vergine, davanti ad un Battista distratto, ma sospinta paternamente da un san Domenico in diretto rapporto col Cielo, è lei, la Bernardina Donnorso, benemerita.

Tutt’in giro, il solito (ma avercene!) Buono, insieme a Nicola Malinconico, più altri, si adopera a ritrarre domenicani di altissimo rango (sempre ammesso che san Domenico possa mai definirsi un domenicano. Con Tommaso e Rosa da Lima e Vincenzo Ferrer e Pietro Martire dalla feroce iconografia, andiamo sul sicuro).

Chiesa S.M. delle Grazie - SorrentoNella parte alta delle pareti laterali, le finestre, ancora tele del Malinconico, e arricciolati spumeggianti stucchi, che pure un illustre critico ha trovato troppo sobri rispetto alla sontuosità dei marmi sottostanti. Sul soffitto, una telona illusionistica finge una volta dove trovano posto alcuni dipinti: la Trasfigurazione e quattro ovali con gli Evangelisti.

E infine: in vicinanza dell’ingresso, a destra, la lastra tombale della Bernardina, poggiata in verticale nella nicchia, da orizzontale che era originariamente, sul pavimento, al centro della navata. A rilievo la figura della fondatrice che assomiglia un po’ alla lontana a quella della pala d’altare (ma qui era trapassata).

Nell’abside si possono ancora calpestare quasi impunemente (sempre che ce ne basti il cuore) pavoni e serti di foglie e fiori e cornucopie del Settecento: le maioliche sono un po’ consunte; ma il disegno (del Vaccaro? Domenico Antonio, intendiamo) si legge ancora benissimo.

Ma come, come tacere delle grate ai lati dell’altare e lungo la navata? Intessute di trame dorate, dimentiche delle popolane di Sorrento e del suo Piano, lievemente circonvolute, sontuose e claustrali: da quelle dei matronei ci aspettiamo di vedere venir giù rivoletti di note gregoriane. O cascatelle di minuscole sfogliatelline sofficemente farcite. A scelta.

Marina Limone

 


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